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<p style="text-align: justify"><br> <span style="background-color: initial">Renzi parla di deficit: </span><a href=" rel="noopener" target="_blank" style="background-color: initial">è tempo di manovre finanziarie</a><span style="background-color: initial">, e naturalmente torna sul tavolo la discussione sul </span><a href=" rel="noopener" target="_blank" style="background-color: initial">Patto di Stabilità e Crescita</a><span style="background-color: initial">, l’accordo europeo siglato nel 1997 in base al quale gli stati membri dell’UE convengono di rafforzare la sorveglianza e il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nazionali per far rispettare i limiti relativi al disavanzo e al debito stabiliti dal </span><a href=" rel="noopener" target="_blank" style="background-color: initial">trattato di Maastricht</a><span style="background-color: initial">.</span><br></p><br><p style="text-align: justify"><br> Questi limiti, per garantire un equilibrio sostenibile di disavanzo e debito pubblico nell’ottica della “moneta unica”, prevedono un disavanzo pubblico al 3% del PIL e il debito pubblico al 60%. Questo, volendo semplificare la situazione, per impedire agli stati membri situazioni insostenibili di finanza pubblica, non avendo in pratica più la possibilità di battere moneta a livello paese.<br></p><br><p style="text-align: justify"><br> Spieghiamo meglio. Prima, in sostanza, gli stati avevano la possibilità di svalutare, se ritenuto necessario, debito e interessi, “facendo inflazione” (nota bene: così facendo si svantaggiavano i risparmiatori, ma si garantiva una maggiore “libertà” sulle manovre fiscali espansive); da Maastricht in poi questo non è stato più possibile, mancando una moneta nazionale e una sovranità monetaria a livello nazionale.<br></p><br><p style="text-align: justify"><br> Il problema è che nel frattempo sono successe molte cose: ad esempio, l’Europa è stata investita da una crisi economica con pochi precedenti nel dopoguerra. Fare inflazione, anche a fini competitivi, non è stato più possibile, e gli stati europei hanno dovuto fare molta spesa, disavanzo e debito per cercare di rispondere alla situazione, in modo più o meno efficace.<br></p><br><p style="text-align: justify"><br></p><br><p><br> <a href=" decoding="async" src=" alt="DEFICIT % - DEFICIT 2015 AS % OF GDP" style="float: left;margin: 0px 10px 10px 0px"></a><br></p><br><p style="text-align: justify"><br></p><br><p style="text-align: justify"><br> <strong>Renzi ha ragione?</strong><br></p><br><p style="text-align: justify"><br> Ora che abbiamo spiegato velocemente perché il deficit è importante e perché Renzi ne parla, veniamo al punto: è vero che la Francia ha tale parametro* al 3 per cento, la Spagna sopra il 5 per cento e l’Italia “poco sopra al 2 per cento”? Renzi si riferisce presumibilmente ai <a href=" rel="noopener" target="_blank">dati 2015 Eurostat</a> (sono disponibili anche <a href=" rel="noopener" target="_blank">dati trimestrali</a>, ma difficilmente si fa riferimento a questi, perché fortemente stagionali), ma come si vede dal grafico la citazione è imprecisa: La Francia è si al 3,5%, La Spagna è sopra il 5%, ma l’Italia non si può definire “poco sopra il 2%”, poiché il nostro deficit ammonta per il 2015 al 2,6%, un numero più vicino al 3 per cento che all’unità inferiore. Per un numero “vicino” al 2 per cento <a href=" rel="noopener" target="_blank">si dovrà aspettare probabilmente il 2017</a>, ma sono pur sempre stime.<br></p><br><p style="text-align: justify"><br> <strong> Il verdetto</strong><br></p><br><p style="text-align: justify"><br> Matteo Renzi parla del deficit italiano e cita i dati correttamente, ma fino a un certo punto: fa infatti un’approssimazione un po’ troppo grossolana e probabilmente “strumentale”. Renzi solleva però una questione totalmente legittima<span style="background-color: initial">: si potrebbe sostenere che è paradossale dover negoziare con l’Europa sforamenti minimi del deficit quando, guardandosi intorno nella stessa Unione, c’è chi fa ben peggio di noi. “C’eri quasi”.</span><br></p><br><p style="text-align: justify"><br> _____<br></p><br><p style="text-align: justify"><br> <span style="background-color: initial">* Per i non addetti ai lavori, vale la pena specificare che il </span><a href=" style="background-color: initial" rel="noopener" target="_blank">deficit (o disavanzo)</a><span style="background-color: initial"> è l’incremento, espresso in termini percentuali sul Prodotto Interno Lordo, del debito pubblico da un anno all’altro, il cosiddetto “indebitamento netto”. Si può esprimere anche come il saldo tra le entrate e uscite dell’amministrazione pubblica di un paese, interessi sul debito inclusi. È interessante notare che le voci di spesa incluse sono spesso oggetto di forte scontro politico, come si vede ad esempio nella recente discussione sulle spese sostenute dall’Italia per </span><a href=" rel="noopener" target="_blank">la gestione dei migranti o la ricostruzione legata ai sismi del Centro Italia</a><span style="background-color: initial">.</span><br></p>
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